Quarantasette tipi di pane: una piccola lezione sulle decisioni
Fatica decisonale e perché la sera non riesci a decidere più niente
C’è una stanchezza di cui non parla nessuno.
Non quella delle gambe a fine giornata. Quella della testa, che a un certo punto smette di scegliere e basta. Ho capito da dove arrivava il primo giorno che ho messo piede in un supermercato tedesco.
Ero andato a fare la spesa più banale del mondo. Comprare il pane.
Un posto enorme, ordinato come una farmacia. Corsie larghe, luci fredde, silenzio. Nessuno che urla le offerte, nessun fruttivendolo che ti chiama “bello”. Solo io e gli scaffali.
Arrivo al pane e mi blocco. Li conto. Quarantasette tipi. Neri, di segale, di farro, coi semi, senza, a fette, interi. Quarantasette.
A casa mia il pane è uno. Quello di Altamura se sei fortunato, quello del fornaio sotto casa se no. Fine.
E io sto lì, fermo, che manco parlo abbastanza tedesco per chiedere. Non so leggere le etichette, non so cosa voglia dire Vollkorn. Alla fine prendo quello che assomiglia di più al pane italiano. Torno a casa, lo taglio. Non sa di niente.
Un’ora buttata, per un pezzo di pane che non sa di niente.
E quella era solo una delle centinaia di decisioni che avevo preso quel giorno.
Il cervello ha un budget
Questa è una cosa che in pochi ti dicono. Il tuo cervello non riesce a prendere un numero illimitato di decisioni buone in un giorno. Ne prende un numero preciso. Ha un budget, come un conto in banca. Quando quel budget finisce, arriva una stanchezza strana, che non ti aiuta a scegliere niente.
La chiamano fatica decisionale. Funziona così: ogni scelta che fai, dalla più scema alla più grossa, ti costa un po’ di energia. E quell’energia finisce. Spesso non a fine giornata, ma molto prima. Soprattutto se sei una persona che si porta sulle spalle tante responsabilità.
C’è uno studio che mi è rimasto in testa. Avevano osservato dei giudici che decidono sulla libertà condizionale dei detenuti. Sai cosa hanno scoperto? Dopo pranzo dicono sì sette volte su dieci. A fine turno, quasi mai. Stessi casi, stessa legge, stessi giudici. Cambia una cosa sola: quanto budget gli era rimasto in testa.
E non serve fare il giudice. Succede anche a te.
Succede quando alle sette di sera apri il frigo e non riesci a decidere cosa cucinare. Quando guardi il telefono venti minuti senza aprire niente. Quando la mail importante la rimandi, e intanto rispondi a tre messaggi inutili, perché quelli costano poco.
Lavori per conto tuo? Allora il problema raddoppia. Perché decidi tutto tu, dalla mattina alla sera.
Che prezzo faccio a questo cliente? Rispondo prima a questa mail o a quell’altra? Accetto questo lavoro o lo lascio andare? Che programma uso, come imposto il post, dove lo pubblico?
Cento micro-decisioni che ti prosciugano il serbatoio entro le cinque del pomeriggio. E quando poi arriva quella che conta davvero, quella che potrebbe far crescere il tuo lavoro, sei troppo stanco. La rimandi a domani. E domani rifai lo stesso identico giro.
Più scelte non vuol dire più libertà
Parliamoci chiaro: tutti pensano che più opzioni hai, più sei libero. Più scelta, più felicità.
Non è vero. Più roba hai tra cui scegliere, più energia bruci per sceglierla. E più ne bruci lì, meno te ne resta per quello che conta. Uno psicologo, Barry Schwartz, lo ha misurato per davvero: chi aveva poche opzioni decideva in fretta, ed era pure più contento dopo. Chi ne aveva troppe si impallava, rimandava, e alla fine restava col dubbio di aver scelto male.
Quarantasette tipi di pane. E tu lì, fermo, a chiederti qual è quello giusto. Mentre la giornata se ne va.
Come va a finire con il pane
Bene. Te lo dico subito, perché serve saperlo.
Dopo qualche mese ho scoperto il Pumpernickel. Pane nero, denso, pesante, una roba che in Italia non esiste. La prima volta l’ho preso per sbaglio, pensavo fosse un mattone. La seconda per curiosità. La terza perché mi piaceva. La quarta perché lo cercavo apposta.
Oggi è uno dei miei preferiti. Batte l’Altamura? No, non esageriamo.
Le decisioni difficili non restano difficili per sempre. Quel supermercato che il primo giorno era un labirinto, dopo un po’ lo attraversi a occhi chiusi. Smette di costarti energia. Ma ci vuole tempo. E nel frattempo la fatica è vera, non te la stai inventando.
Una cosa da fare questa settimana
Ti lascio uno strumento semplice, per capire se la tua stanchezza arriva proprio da qui.
Per tre giorni conta le decisioni che prendi. Tutte. Dal caffè alla mail al “cosa rispondo a questo cliente”. Segnatele dove ti pare, basta che le vedi scritte.
Dopo tre giorni dividile in tre gruppi. Quelle che devi prendere solo tu, perché contano. Quelle che puoi evitare o semplificare. Quelle che puoi delegare o automatizzare.
Facci caso: quasi metà delle tue decisioni finisce negli ultimi due gruppi.
Non ti servono decisioni migliori. Ti serve un sistema che te ne chieda di meno. Lo dice bene James Clear:
Non sali al livello dei tuoi obiettivi. Scendi al livello dei tuoi sistemi.
Se il tuo sistema ti chiede trecento decisioni al giorno, prima o poi cadi. Non per debolezza. Semplicemente perché trecento è troppo per chiunque.
Non sei stanco perché sei debole. Sei stanco perché sei in sovraccarico.
E adesso che lo sai, puoi cominciare a fare qualcosa. Perché ogni sì a una decisione che non conta è un no a una che conta.
Qual è la decisione che continui a rimandare a sera, quando ormai in serbatoio non ti è rimasto più niente?
P.s. Sai anche cosa porta alla stanchezza? le troppe responsabilitá e le decisioni che rimandi. Puoi approfondire in questo piccolo video che dura meno di 4 minuti. Alla fine del video troverai un piccolo esercizio molto semplice che ti aiutará a chiudere alcuni loop aperti e recuperare parte della tua energia.


