Qualche mese fa stavo per mollare tutto.
“Se posso andare adesso, posso andare anche tra un anno.”
Me la sono ripetuta qualche settimana fa, alle due di notte, con mia figlia di due mesi in braccio che non dormiva. Il laptop aperto sul tavolo. Nella scheda del browser: un’offerta di lavoro per un ruolo nelle risorse umane.
Non era la prima volta che mi trovavo in quella situazione. Solo che 11 anni fa il lavoro lo avevo ottenuto e la pagina aperta era quella di una compagnia aerea.
Destinazione: Cina.
Heidelberg, Germania. È il 28 gennaio 2015 e sono le due di notte.
Quel giorno avevo avuto la conferma da Molly che mi avevano accettato per un lavoro come insegnante di inglese. In Cina.
Contratto in mano. Browser aperto a guardare i voli.
Cosa stavo vivendo in quei giorni? Un dottorato in chimica che odiavo. La mattina restavo a letto fino alle 13 perché non riuscivo a trovare un motivo per alzarmi. Una scuola di inglese in Cina mi aveva offerto un contratto. Vitto incluso. Potevo partire a breve.
Con un dottorato in corso, con letteralmente pochi mesi alla fine.
E non lo stavo facendo certo per cambiare carriera. No, cercavo una via d’uscita.
“Se posso andare adesso, posso andare anche tra un anno.”
Quella frase mi ha fermato. Non sono sicuro sia stata saggezza 11 anni fa, ma ha comunque funzionato.
Non ho davvero risposto con un sì o con un no a Molly. Le ho scaricato addosso tutti i miei dubbi.
Alla fine non sono partito. Ho deciso di finire quel dannato dottorato, ma ho anche preso una decisione molto più strategica: abbandonare per sempre il mondo scientifico ed entrare nella logistica.
Questa, però, è la storia di un altro giorno.
Torniamo alle due di notte del presente. Elena in braccio.
Quella frase me la sono ricordata qualche mese fa perché stavo per fare la stessa cosa.
La situazione era questa.
Due figli piccoli. Elena nata a dicembre. Un lavoro corporate con sempre più responsabilità. E in parallelo il mio progetto di coaching, che andava, ma lentamente, con pochi clienti e nessuna chiarezza su chi stessi davvero aiutando.
Ogni settimana mi alzavo con la sensazione di fare tutto a metà. Il lavoro corporate che prendeva un’energia che non avevo. Il coaching che richiedeva tempo che non trovavo. I bambini che meritavano un padre più presente.
E dentro tutto questo, la voce che conosco bene.
Quella voce non urla. Sussurra. Dice cose precise e ragionevoli:
non sei abbastanza bravo per farcela da solo, il mercato non ti conosce, hai una famiglia da mantenere, chi sei tu per lasciare una carriera solida per questo?
Quella voce ha un nome. La chiamo l’Impostore.
E ho capito nel tempo che l’Impostore è proporzionale al talento: più cresci, più parla forte.
È un paradosso scomodo, perché quando la senti pensi che ti stia dando una valutazione onesta.
Invece ti sta solo dicendo che stai crescendo.
Ma quella notte, con Elena in braccio, era difficile ricordarselo.
Stavo per mandare il mio CV.
“Se faccio un lavoro che mi piace di più, non devo fare il coach.”
Che stronzata.
Come se lo facessi come alternativa al lavoro.
Ho già un lavoro ben pagato, ma mi stavo dicendo di cercarne uno più allineato a ciò che desidero oggi.
Pensavo che un lavoro nelle risorse umane potesse aiutarmi ad avere più contatti, quando la verità è che mi sarei trasferito da una prigione all’altra. Avrei avuto un’ulteriore scusa per essere un codardo e non fare il salto.
Perché, in realtà, il mio piano è chiaro, é forte e funziona.
Ma la lentezza dei progressi, i rifiuti e i fallimenti alimentano la voce dell’Impostore.
Così mi raccontavo scuse.
Mi raccontavo che era solo per prendere fiato, per avere più stabilità, per essere più presente con i bambini.
Le giustificazioni erano perfette e ragionevoli. Tutte costruite per non dover fare la cosa difficile. Ovvero che stavo evitando una decisione che mi spaventava piú di mollare il tutto.
Non avevo ancora deciso chi stavo aiutando davvero. Avevo clienti, ma non avevo un posizionamento chiaro. Lavoravo con chiunque mi venisse incontro perché avevo paura che restringere il campo significasse perdere opportunità.
Stavo facendo esattamente quello che vedo nei miei clienti: raccogliere tutte le opzioni aperte invece di scegliere.
E dicendo sì a tutto stavo perdendo la cosa più importante: la direzione.
Ironico come cadiamo nelle stesse identiche trappole delle persone con cui lavoriamo.
Quasi poetico.
La domanda giusta non era “ce la faccio?”, ma “cosa sto evitando ?”
Non ho più mandato quel curriculum.
Ho chiuso il laptop. Ho messo giù Elena quando si è addormentata. E il giorno dopo ho fatto la cosa che rimandavo da mesi: ho deciso il mio target. Ho scelto la nicchia. Ho smesso di cercare di essere utile a tutti.
Da quel momento, ogni settimana va meglio. Non in modo spettacolare, ma in modo misurabile.
Il tipo di clienti che arriva corrisponde sempre di più a quello che voglio fare. Le conversazioni sono più dirette ed il lavoro ha un senso più preciso. Sto finalmente facendo quello che amo
Ovvero aiutare le persone a esprimere il loro potenziale e trasformarlo in qualcosa di concreto. Trasformare un progetto in una macchina che funziona producendo e consumando meno!
Oggi faccio quello che avrei voluto qualcuno facesse con me anni fa.
Come ho detto a S., è la mia missione di vita.
Ripensando a questa storia, ho capito che non parla di resilienza.
E non parla nemmeno di credere in sé stessi.
Parla di una cosa sola: quando sei a un bivio e vuoi mollare, raramente il problema è quello che pensi. Di solito c’è una verità che stai evitando. E rimandare quella decisione costa più energia di qualsiasi altra cosa tu stia facendo.
La domanda non è “resti o vai?”.
È: cosa stai evitando di decidere?
All’epoca stavo evitando di accettare di aver scelto il percorso sbagliato: dieci anni di studi e lavoro in un ambito che non sentivo mio. Avrei voluto studiare psicologia, non seguire un percorso scientifico.
Da quella domanda è arrivata la soluzione: i dati.
I dati non sono solo numeri. Sono tutto ciò che hai di concreto tra le mani e che puoi usare.
Per me, all’epoca, erano questi:
Poche settimane alla consegna della tesi → posso finire il dottorato e poi partire
Sono diventato bravo ad analizzare dati → ho una leva spendibile in molti lavori
Amo lavorare con le persone e ho talento → posso usare il titolo in contesti diversi
Ho superato esami di fisica quantistica con 30 e lode → posso imparare qualsiasi cosa
Hai una decisione che rimandi da settimane perché aspetti che le condizioni migliorino?
Allora inizia dai tuoi dati. Poi inizia a pensare a chi vuoi diventare per trovare la tua direzione.
P.s. Scrivendo questo articolo ho notato che casualmente quando stavo per mollare tutto la persona di riferimenti si chiamava Molly! Coincidenze ? non credo xD
ho appena scoperto che quello che ho appena fatto si chiama Apofenia, ovvero la tendenza a vedere connessioni, significati o pattern dove non ce ne sono. Figo!






