Ho preso un giorno di ferie per andare a prendermi il dottorato
Perché una destinazione precisa batte una destinazione prestigiosa
Aprile 2016. Chiedo un giorno di ferie al mio capo.
Un giorno solo. Finisco il turno e vado direttamente in aereoporto. Il giorno dopo (quello di ferie), entro nell´università di Bari e discuto la mia tesi di dottorato in chimica. Stretta di mano, foto di rito e via di nuovo in aereoporto. La mattina dopo sono di nuovo al lavoro, in Germania.
Due giorni di viaggio ed un dottorato in mezzo.
E il lavoro da cui avevo chiesto quel giorno di ferie? Team leader in un magazzino di Decathlon. Dove guadagnavo meno di quanto guadagnassi da dottorando (avevo una prestigiosa borsa Marie-Curie).
Il titolo più prestigioso della mia vita, liquidato con un giorno di ferie da un lavoro che mi pagava meno del dottorato che stavo chiudendo.
Qualcuno, quando l’ha saputo, ha fatto quella faccia. La faccia di chi pensa “tutti quegli anni di studio per questo?”. Un paio me l’hanno detto in faccia: stai buttando via il tuo titolo.
Cosa sapevo io che loro non vedevano?
Un anno prima avevo capito una cosa fondamentale sul mio futuro che non era una meta precisa. Era una frase non troppo definita, quasi da vergognarsi a dirla: “voglio lavorare con le persone, in un contesto internazionale”. Il mondo della ricerca, per me, era finito: lo sapevo con una certezza che in laboratorio non avevo mai provato.
Ma una frase così, da sola, non ti porta da nessuna parte. È una direzione, non una destinazione. E la differenza tra le due è la differenza tra chi si muove e chi resta ad aspettare.
Così ero entrato in quel magazzino dal gradino più basso: a spingere carrelli, col dottorato ancora aperto. Sulla carta era umiliante per uno col mio curriculum (alcuni ragazzi tedeschi me lo avevano fatto notare dicendo “Ma che ci fai qui?”).
Ma era un punto esatto dentro il campo giusto: un posto dove imparare a stare con le persone e a far funzionare le cose, da zero, in un’azienda internazionale. E c’era una cosa che in laboratorio non avevo provato mai: i risultati si vedevano subito, la sera stessa, e intorno avevo persone da mezzo mondo. Per la prima volta dopo anni mi sentivo completo.
Ti faccio vedere anche una foto del mio primo Team durante un evento:
Ecco la cosa che la gente sbaglia, quella per cui ti raccontano la storia al contrario: una destinazione non deve sembrare prestigiosa vista da fuori. Deve essere precisa. Una destinazione “in basso” ma esatta batte sempre una direzione nobile, ma vaga.
Da quei carrelli, nel tempo, sono arrivato a gestire 8 centri logistici in cinque paesi. Non sarebbe successo se avessi aspettato la destinazione che faceva bella figura sul mio curriculum. Il prestigio funziona così: non si insegue, si raccoglie.
Cosa potresti fare questa settimana?
Sei di fronte ad una decisione difficile? mettila alla prova con una frase divisa in 3 parti.
“Dentro il campo che ho scelto + faccio questa cosa precisa + entro questa data.”
Esempio: al posto di “voglio cambiare lavoro”, scrivi “dentro il campo ‘lavorare con le persone’, mi candido per due ruoli di gestione team entro il 31 agosto”.
Poi controlla i tre pezzi. Se manca il campo, stai solo scappando da dove sei. Se manca il punto preciso, stai aspettando l’occasione perfetta, cioè quella che fa bella figura. E se manca la data, non è una destinazione: è un augurio.
Attento soprattutto al secondo pezzo, perché è lì che il prestigio ti frega: il punto giusto è quello dove impari di più, non quello che si racconta meglio a cena.
P.S. Questa storia è un capitolo del libro che sto finendo di scrivere: parla di come si attraversano i bivi della vita con un metodo, invece che con la paura. Se vuoi leggerlo in anteprima prima che esca (in italiano e inglese) iscriviti alla waitlist (senza impegno d´acquisto) cliccando qui —> NON VOGLIO PERDERLO



