Come ho deciso di mettermi in proprio a 38 anni senza buttare via tutto
Ogni decisione deve partire da un punto preciso.
Una sera del 2025, con Daniele finalmente a letto, mi sono seduto a tavola e ho aperto un foglio di calcolo.
Niente di straordinario e da smanettone, ma solo due semplici colonne. Nella prima, ho scritto le spese essenziali della mia famiglia, mese per mese (casa, assicurazioni, spesa, macchina). Nella seconda, i risparmi. Poi ho fatto la divisione e ho guardato il risultato: il numero di mesi che avremmo retto se le mie entrate fossero andate a zero.
Non avevo molti soldi da parte in quanto, visto che la famiglia stava per allargarsi, avevo comprato una macchina più grande. Avevamo anche finito di rinnovare casa. Quindi immagina…
Quel numero l’ho fissato a lungo. Avevo trentotto anni, un lavoro da manager ben pagato e un’idea che da qualche mese aveva iniziato a perseguitarmi, ma che in realtà era dentro di me da anni: creare una mia azienda, un luogo dove aiutare gli altri a prendere decisioni difficili senza dover affrontare tutto da soli.
Però onestamente, i soldi non sarebbero bastati a lungo e so, che quando si inizia una nuova attività le cose non saranno rosa e fiori dal primo giorno…
La mattina dopo ero in ufficio, puntuale. Eppure ho aperto la mia attività lo stesso. Se hai già letto altre storie su di me, forse ricordi il famoso 3 ottobre sul Flixbus diretto a Milano.
Con la newsletter di oggi voglio rispondere alla seguente domanda:
Perché a quarant’anni “buttati!” è un consiglio da venticinquenni?
A venticinque anni, o prima, mettersi in proprio costa relativamente poco: se va male, riparti. Intorno ai quarant’anni, probabilmente hai una famiglia, magari un mutuo, una carriera che hai impiegato quindici anni a costruire. Ogni post motivazionale che ti dice “molla tutto” ignora un dettaglio: tu non stai rischiando solo per te.
Però la stessa età che ti carica di vincoli ti ha dato anche qualcosa di prezioso: competenze per cui qualcuno ti paga già e una rete di persone che sa quanto vali. A venticinque anni hai tempo. A quaranta hai prove. E le prove, quando devi decidere, valgono di più.
Una seconda domanda che reputo importante è:
Mollare tutto è l’unica strada?
Nella mia testa le opzioni erano due: restare dov’ero o dimettermi e buttarmi. Quando ho iniziato a scriverle su carta, le strade sono diventate quattro: restare e basta, dimettermi, ridurre le ore, oppure aprire l’attività in parallelo al lavoro e lasciare che fossero i fatti a dirmi quanto spingere.
Tutte opzioni con pro e contro.
Ho scelto la quarta. Di giorno progetti e persone da coordinare, la sera e nei ritagli il mio progetto. Faticoso? Sì. Ma ogni cliente che arrivava era un dato, e ogni dato rendeva la decisione successiva più facile.Il “mollo tutto” può essere pericoloso perché ti fa vivere il percorso al contrario: prima bruci la rete di sicurezza, poi vai in cerca delle prove.
La mia scelta ha tre rischi concreti.
Avrò abbastanza tempo per fare tutto?
Riuscirò ad impegnarmi nonostante la rete di sicurezza o procrastinerò senza urgenza?
La mia mente riuscirà a reggere un lavoro che non mi soddisfa abbastanza a lungo senza farmi crollare?
Chiudiamo con una azione pratica, che può esserti utile se ti trovi di fronte a un bivio.
Cosa potresti fare questa settimana?
Stasera, tavolo della cucina, un foglio (onestamente Excel non ti serve per questo)
Mesi di autonomia = Risparmi disponibili / Spese essenziali mensili
Il risultato sono i tuoi mesi di autonomia: per quanto tempo puoi permetterti di sbagliare senza che il progetto si trasformi in disperazione.
Ad esempio:
Risparmi disponibili: 24.000 €
Spese essenziali mensili: 2.000 €
24.000 / 2.000 = 12 mesi
Quindi avresti 12 mesi di autonomia.
Se il tuo numero è sotto i sei, la domanda cambia: da “resto o vado?” a “come porto questo numero a dodici restando dove sono?”. Molto meno poetica, molto più utile.
Ricorda che i dati sono fondamentali nelle decisioni. Ma non sono tutto.
Negli anni ho sviluppato un metodo decisionale testato prima di tutto su di me, ma anche sulle persone con cui ho collaborato e continuo a collaborare. Racconto questo metodo nel libro “Resto o vado?” e ti parlo di come si attraversano i bivi della vita con un metodo, invece che con la paura.
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