Chi vuoi diventare, oggi?
A volte i valori che chiamiamo “nostri” sono semplicemente quelli che abbiamo ereditato.
Io questa domanda ho iniziato a farmela nell’estate del 2024.
Sono le 18. Sono nel mio studio a lavorare al mio progetto dopo che il mio capo, alle 16:58, poco prima di chiudere il laptop, mi manda una email con una “cosina” da fare per domani mattina.
Knock knock.
Mio figlio, Daniele, entra.
“Papà, giochiamo?”
“Non posso amore, devo lavorare. Facciamo domani.”
Domani.
Ore 18.
Knock knock.
“Non posso amore, scusa un imprevisto e devo lavorare. Facciamo domani.”
Terzo giorno. Knock knock.
Quarto giorno. Knock knock.
A un certo punto mi sono sentito dire una frase assurda a un bambino di due anni e mezzo:
“non capisci che sto lavorando per te?”
Sono cresciuto con un’idea molto chiara di cosa significhi essere padre.
Ed io dovrei saperlo bene, dato che di padri, ne ho avuti 2!
Il primo si chiamava Michelone, mio padre biologico.
Un uomo con grandi qualità, che però per lavoro era sempre lontano da casa per mantenerci. Nei miei primi 18 anni non ci siamo visti cosí tanto…
L’altro era Donato, mio nonno, che si chiamava come me.
È stato lui a crescermi e a trasmettermi l’idea che la sicurezza di una famiglia si costruisce con il posto fisso, con il lavoro, con un mutuo di trent’anni per lasciare qualcosa a tuo figlio.
Per anni ho pensato che fosse quello il mio compito.
Costruire sicurezza.
Poi, all’ennesimo knock knock di mio figlio, mi è venuto un dubbio.
E se nel tentativo di essere un buon padre… stessi diventando esattamente quello che mi è mancato?
Non so se mio figlio busserà una sesta volta.
O una settima.
Lo so perché io, a un certo punto, ho smesso di bussare alla porta immaginaria che mi separava da mio padre.
È stato in quel momento che ho capito una cosa.
Molti dei valori con cui viviamo sono come una casa che ereditiamo.
Non l’abbiamo progettata noi.
Non abbiamo scelto le stanze.
Non abbiamo deciso la disposizione degli spazi.
Ma a un certo punto della vita dobbiamo decidere cosa farne.
E le opzioni sono tre.
Ristrutturarla.
Significa migliorare quello che già esiste.
Aggiungere qualcosa. Togliere qualcosa.
Molte innovazioni nascono proprio così: migliorando quello che già esiste.
Affittarla.
Significa mescolare qualcosa di nuovo con quello che c’era già.
Una casa e una persona nuova dentro quella casa creano una vita diversa.
Molte nuove idee nascono proprio così: combinando elementi che prima non stavano insieme.
Venderla.
Significa cambiare completamente prospettiva.
Capire che quella casa non è più il posto giusto per la vita che vogliamo vivere.
E allora scegliamo qualcosa di diverso.
Quel giorno ho capito che anche i valori funzionano allo stesso modo.
Molti dei valori con cui viviamo non li abbiamo scelti.
Li abbiamo ereditati.
E spesso li chiamiamo “nostri” solo perché sono quelli in cui siamo cresciuti.
Finché un giorno ci accorgiamo che ci stanno stretti.
È lì che arriva il dubbio.
Ed è lì che dobbiamo farci una domanda più importante di tutte.
Non cosa dobbiamo fare di più.
Ma chi vogliamo diventare.
Perché mio figlio non vuole un padre che costruisce una casa per lui tra dieci anni.
Vuole un padre che oggi si sieda sul pavimento a giocare con lui.
E allora la domanda rimane questa.
Chi vuoi diventare oggi?
Io ho scelto di sedermi a giocare con lui.
E di iniziare a costruire la mia casa, questa volta con i miei valori.
Perché a volte basta un dubbio per cambiare prospettiva.
E a volte cambiare prospettiva
può cambiare una generazione.
Chi vuoi diventare oggi?






Ma quale bravissima! Tu stai facendo un lavoro eccellente Donato, e sono sicura che riuscirai nel tuo obiettivo. Su Instagram stai andando davvero alla grande. 😍
Che bello leggerti. Stai diventando bravissimo cavolo! 🥳