Anche amare è una decisione
Un team non è una coppia
Stamattina Giulia si è svegliata alle 5:47.
Tredici minuti prima della sveglia.
Ha guardato Luca che dormiva. La bocca aperta, un braccio fuori dal letto.
Per un secondo ha pensato: chi è quest’uomo?
Non nel senso romantico. Nel senso letterale.
Chi è diventato?
Chi sono diventata io?
Poi la sveglia è suonata e il pensiero è sparito sotto la lista delle cose da fare.
Giulia e Luca sono sposati da sette anni. Vivono a Monaco da cinque. Due figli, tre e sei anni.
Lei fa la project manager in un’azienda tech. Lui è ingegnere meccanico.
Sulla carta sono una storia di successo. Due italiani che ce l’hanno fatta.
Il problema è che ce l’hanno fatta così tanto che non si vedono più.
La giornata di Giulia è un treno che parte alle sei e non si ferma fino alle dieci di sera.
Sveglia. Colazione. Vestire i bambini. Il piccolo non vuole le scarpe. Mai.
Asilo. Ufficio. Call. Pranzo al volo. Altre call.
Uscita. Spesa. Cena. Bagnetto. Storie. Letto.
Poi i piatti. Poi il silenzio.
Luca arriva alle otto. A volte alle nove.
Mangia quello che c’è. Chiede “com’è andata?”
Giulia risponde “come sempre” perché non ha la forza di raccontare com’è andata davvero.
Davvero è che il piccolo ha pianto mezz’ora perché voleva la nonna.
E la nonna è a 1.200 chilometri.
Niente nonni.
Niente zii.
Niente “te lo tengo io un’oretta”.
Niente “andate voi due a cena fuori, ci pensiamo noi”.
Sono soli. Insieme, ma soli.
L’amore da expat sposato non muore di litigate.
Muore di stanchezza.
Non è che non si amano.
È che non hanno il tempo di accorgersene.
L’amore è sepolto sotto gli impegni, la burocrazia, le riunioni scolastiche in una lingua che ancora li fa sentire stupidi, la pressione di dover essere bravi a tutto.
Genitori. Professionisti. Stranieri. Coppia.
Senza la rete che a casa avresti avuto gratis.
Giulia a volte pensa alla sua amica Francesca, rimasta in Italia.
Francesca si lamenta che sua suocera è invadente.
Giulia darebbe un rene per una suocera invadente.
Darebbe un rene per qualcuno che suoni il campanello e dica: vai, esci, respira. Ci sono io.
La verità che nessuno ti dice prima di partire è questa.
All’estero non perdi solo la famiglia e gli amici.
Perdi la leggerezza.
In Italia Giulia e Luca erano leggeri.
Gelato alle undici di sera.
Domeniche al mare senza programmi.
Litigavano e facevano pace nello stesso pomeriggio perché c’era tempo. C’era spazio. C’era qualcuno che teneva i bambini.
A Monaco sono efficienti. Organizzati. Funzionali.
Sono diventati un team.
Ma un team non è una coppia.
Un team gestisce.
Una coppia si sceglie.
E loro avevano smesso di scegliersi.
Un martedì sera Giulia era sul divano. I bambini dormivano.
Luca era al computer. Come ogni sera.
E Giulia ha pensato una cosa che non ha detto a nessuno.
Non mi ricordo l’ultima volta che mi ha guardata davvero.
Non di sfuggita.
Non mentre pensa ad altro.
Guardata come faceva a Napoli, seduti al lungomare, senza niente da fare e niente da dire. E stavano bene lo stesso.
Poi ha pensato: e io?
Quando è stata l’ultima volta che l’ho guardato davvero?
Quella sera Giulia ha fatto una cosa piccola.
Forse stupida.
Ha chiuso il telefono.
Si è alzata dal divano.
È andata da Luca e ha detto: vieni. Andiamo a fare una passeggiata. Adesso.
Lui ha risposto: e i bambini?
Lei ha detto: dormono. Mezz’ora. Andiamo.
Fuori faceva freddo. Quel freddo tedesco che entra nelle ossa.
Hanno camminato in silenzio per cinque minuti.
Poi Giulia ha detto una cosa che le girava in testa da mesi.
Mi manchi.
Luca si è fermato.
L’ha guardata. Non di sfuggita.
Ha detto: anche tu.
Non è cambiato niente.
E non è cambiato tutto.
Ma per mezz’ora sono tornati Giulia e Luca.
Non mamma e papà.
Non la project manager e l’ingegnere.
Non gli expat.
Solo loro due. Nel freddo. Con il fiato che faceva le nuvolette.
Amare da adulti non è una canzone.
Non è il colpo di fulmine.
Non è il cuore che batte.
Amare da adulti è una decisione.
È decidere di spegnere il computer.
È decidere di guardare l’altro quando sarebbe più facile guardare il telefono.
È comprare un fiore un martedì qualunque. Non perché è San Valentino, ma perché ti sei ricordato che quella persona esiste al di là del ruolo che ricopre nella tua logistica familiare.
È dire “mi manchi” a qualcuno che dorme nel tuo stesso letto.
Perché puoi dormire accanto a qualcuno ogni notte e mancarti lo stesso.
Giulia non ha risolto niente quella sera.
I bambini si sveglieranno presto domani.
La Kita chiamerà per ogni starnuto.
La suocera è ancora a 1.200 chilometri.
La lista delle cose da fare è ancora infinita.
Ma ha deciso una cosa.
Ogni settimana, mezz’ora.
Solo loro.
Senza bambini. Senza telefono. Senza to do list.
Mezz’ora per ricordarsi perché hanno scelto di fare tutto questo insieme.
Non è molto.
Ma è una decisione.
E a volte una decisione è tutto quello che serve.
Decidi chi amare.
Poi decidi di farlo davvero.
Anche quando sei stanco.
E tu, quando è stata l’ultima volta che l’hai deciso?




Però non è che puoi farmi quasi piangere alle 10 del mattino 🥹